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Demagogia? Tabù ideologico? No, solo la realtà!

3 ragioni per firmare i referendum per l’acqua pubblica

In questo periodo sulle pagine dei quotidiani un argomento molto discusso è quello della privatizzazione della gestione dell’acqua potabile.

C’è chi è a favore, come l’assessore Franco Solerio del Comune di Sanremo (La Stampa del 15 aprile 2010) che afferma: “E’ falso l’assunto della presunta privatizzazione dell’acqua, come non esistono rischi di aumenti delle tariffe in modo arbitrario per mano del socio privato.”

E chi contro, come l’associazione Sanremo Sostenibile che ha raccolto migliaia di firme di cittadini su una petizione presentata all’Amministrazione Comunale di Sanremo a favore di una gestione pubblica dell’acquedotto.

Da circa un anno associazioni e cittadini della provincia di Imperia hanno costituito il CImAP (Coordinamento Imperiese Acqua Pubblica) per informare la popolazione e le istituzioni sui rischi veri della privatizzazione della gestione di un bene comune come l’acqua potabile (aumento delle tariffe, perdita della  gestione a livello locale, aumento dei consumi e sprechi, diminuzione della qualità).

Recentemente molti Comuni hanno inseririto nel proprio Statuto l’affermazione che “l’acqua è un bene privo di rilevanza economica” al fine di poter continuare a gestire gli acquedotti in proprio, garantendo ai cittadini un adeguato servizio ad un costo equo.

Contro la privatizzazione dell’acqua c’è oggi una mobilitazione a livello nazionale, che attraversa gli schieramenti politici e che ha portato il 24 aprile all’avvio della raccolta delle firme per una proposta di referendum articolata in tre quesiti.

1- fermare la privatizzazione dell’acqua

Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica.

Questa norma considera l’acqua come una merce qualsiasi (su cui quadagnare) e impone l’affidamento della gestione del servizio idrico a soggetti privati attraverso una gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato viene scelto con una gara e deve detenere almeno il 40% del capitale.

Con questa norma si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni idriche non ancora privatizzate, attraverso la distorta interpretazione di una direttiva della Comunità Europea volta solo a mettere in concorrenza i gestori dei servizi pubblici di importanza economica.

Ma l’acqua non è una normale merce, è un bene senza cui nessuno può vivere e ci sentiamo più tranquilli se la sua gestione rimane sotto il controllo diretto dei rappresentanti eletti dai cittadini a livello locale.

2- riaaprire la strada per tornare ad una gestione  pubblica

Si propone l’abrogazione dell’art. 150 (quattro commi) del D. Lgs. n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), relativo alla scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato.

L’abrogazione di questo articolo non consentirà più il ricorso alla gara, o all’affidamento della gestione a società di capitali, e favorirà il ritorno di una gestione pubblica del servizio idrico, attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali.

In questo modo si darà forza alle richieste di ripubblicizzazione di quei cittadini che hanno già da tempo sperimentato, a proprie spese, cosa significa la gestione privata del servizio idrico.

L’esperienza della privatizzazione del servizio idrico in alcune zone d’Italia (come Aprilia) ha fatto capire come si possa arrivare in breve tempo a conseguenze drammatiche quali l’aumento esponenziale delle tariffe, la mancata manutenzione delle reti, la perdita di controllo da parte degli enti locali.

Sempre l’esperienza mostra come sia inevitabile l’instaurarsi di meccanismi perversi per cui un uso consapevole di un bene limitato e prezioso come l’acqua viene contrastato dall’esigenza delle aziende erogatrici di conseguire maggiori profitti. Emblematico il caso di Firenze dove una riduzione dei consumi dell’acqua potabile a seguito di una campagna contro gli sprechi ha avuto come conseguenza una riduzione dei profitti della società di gestione, che ha prontamente reagito con un aumento prporzionale delle tariffe.

3- eliminare i profitti dal bene comune acqua

Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

La norma che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun impegno a fare investimenti per il miglioramento qualitativo del servizio.

Questo dimostra che se l’art. 154 non viene abrogato un aumento delle tariffe non è solo probabile, ma addirittura previsto per legge.

I motivi per chiedere che la gestione dell’acqua rimanga pubblica ci sono, per evitare di fare cattive esperienze che altri hanno già fatto: perfino Parigi, dopo anni di gestione privata, è ritornata sui suoi passi ed ha licenziato le due più grandi multinazionali del settore che da anni gestivano l’acqua potabile. Ma Parigi  …. è in Europa?

CimAP – Coordinamento imperiese Acqua pubblica

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